
- così parlò uomoambra alle 12:20 di lunedì, 12 maggio 2008
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zero parole. zero parole. quel che accade a volte in un paese può lasciare senza parole. più che all’america somigliamo alla thailandia di thaksin col signore delle televisioni, ex palazzinaro scaltro, passato spesso nel novero dei furbetti del quartierONE, che, prepotentemente, resuscita da quelle che sembravano le ceneri della coscienza del capitalindividualismo incarnato e patinato d’azzurro.
al suo fianco il redivivo ex fascista e lo xenofobo col fazzoletto verde (quest’ultimo galvanizzato, oltre che dalle derive plebiscitarie dei leghisti di ferro lombardi e veneti, da un sui generis piemonte “rosso” e "illuminato" che gli ha regalato quasi il 17% dei consensi, vergogna).
e, badate, cari quattro affezionatissimi soliti lettori, che non me ne frega un cazzo di editorializzare una disfatta.
è solo un mezzo di riduzione di complessità che utilizzo strumentalmente e asetticamente per descrivere un attimo in cui le idee sembrano andate lontano, pur senza, per questo, morire.
il pluralismo democratico della civiltà libera occidentale ha dato il suo responso. milioni di persone si sono “espresse” con milioni di “un solo segno su un solo simbolo”. e io… io sono senza parole.
?allora – dice – perché scrivi
non so perché scrivo. è soltanto il tentativo inane di canalizzare il tremolio nervoso e sconcertato che anima gli arti di uno sconfitto.
complimenti ai vincitori, incitati da un nord che si è espresso in favore dello spettro federalista (fiscale solo a parole, ma vedremo).
complimenti a walter che, insieme ai suoi “non abbastanza” epigoni e imbavagliando le idee con lo specchietto zirconato del voto utile, ha formalizzato la sconfitta sottoscrivendola col suo sorriso sornione e gli occhi sempre aperti nelle foto elettorali.
condoglianze… condoglianze a nessuno. perché in un momento in cui il piano inclinato delle ideologie risucchia, dopo ben sessanta anni (signori!) le più audaci spinte del mondo critico, le idee, come potrebbe sembrare, non sono andate a defùngere… si sono solo rintanate, dimesse, nel cuore senza manifestarsi , allo stato, nelle stanze del potere.
esse torneranno, torneranno più forti di prima.

unisono di voce e violoncello, come nei pezzi di john e paul. lamenti simmetrici come il flusso rutilante di lamiere, fumi e luci su madison avenue ?ti ricordi
le giornate uggiose non hanno colore o, almeno, sembrano averne in una micro finestra di tempo. l’altra notte mi hai scritto stanotte mi mancavi, ho preso la macchina e ho girato… ho ascoltato “Piano Solo” e ho pensato. sono passata davanti al blue eyes e ti ho visto che suonavi…
il nuovo che avanza. il futuro che arriva storpio.
pensare che siamo partiti dal pop-junk. roba per pochi intimi. come le installazioni minimaliste nel nostro monolocale unto. quella roba che andava a nastro sul pezzo di muro tra il tinello e il cesso durante le tante cene frugali, bio-conviviali, equo-solidali.
lasciamo insieme questa stupida festa. andiamo a ballare altrove, magari nel tuo letto.
andiamoci insieme, a oviedo. vengo con te a oviedo. non partire sola. cioè, fai come vuoi. io ti aspetterò...
sei e sarai sempre la mia scrittrice preferita, la mia musicista preferita, la mia cantante preferita, la mia critica d’arte preferita… la mia pittrice e fotografa preferita. la poeta che ha scritto versi di musica straziante sputata su fogli di cartilagine di cuore.
se avessi ancora lacrime per me ti chiederei di lasciarmi in pegno il tuo anello di plasticaccia trasparente bagnato dal tuo pianto infame. invece sono io che ti lascio solo polvere e nevischio, mentre tu emigri verso il tepore assolato delle asturie.

si baciano, si baciano. ripetutamente.
lei è un’orientale nostrana, i denti storti, il corpo smunto e etereo nel completo camicia e pantalone a sigaretta, un mirabile incrocio tra yoko ono e billie holiday.
lui, quello che le ficca repentino la lingua in bocca trovando l’altra ad abbracciargliela, avvolgergliela con esemplare rapimento, è vecchio, molto più di lei.
è un piacente canuto dalla pelle avvizzita.
mentre si masticano ardenti, lui le accarezza le maniche del cappotto nero. su e giù le mani pendolano all’unisono. frattanto lei si stacca e rimpicciolisce gli occhi, sorride, s’inumidisce illividisce, si tormenta le labbra.
lui farfuglia parolemozioni di commiato disegnando una sequenza di suoni aeriformi
ho lasciato un pezzo di petto
tra il tuo orecchio liscio
e il ballatoio di cielo
che domina il tuo cortile
è tutto il viso che parla e nello spazio mutevole tra le sue labbra si poggia rabdomante lo sguardo prigioniero di lei.
ed è ancora idillio, mormorante e pregno di vita come un uovo di colombo o una sedicenne incinta finché la ghigliottina dell’annuncio del treno in partenza trancia brutale la scena e i due amanti, come in una coreografia provata milleuno volte, si allontanano adagio lasciando per ultime, staccarsi, le mani.
sento rumore di niente come di bruma dopo il vespro. 

"minchia... oltre 10.000!"
(direbbe ua guardando il contatore)

on air: K.J. "Starbright", 1971